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PARTITO RIFONDAZIONE COMUNISTA:
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CPN del 19-20 Aprile 2008 - Intervento di Alberto Burgio
di Alberto Burgio
su redazione del 20/04/2008
1. Sulle cause della disastrosa sconfitta elettorale: credo abbia ragione il segretario a mettere l'accento sulla nostra drammatica inadeguatezza e a porre questa inadeguatezza in relazione all'insufficiente radicamento sociale del Partito. In realtà credo abbiano pesato molto anche le tante indebite forzature compiute in questa campagna elettorale: sul simbolo senza falce e martello; sul senso della lista unitaria; sulla presunta irreversibilità del percorso; sui simboli da portare nel cuore; sul comunismo come «tendenza culturale». Ma torniamo alla questione, certo determinante, del nostro scarso radicamento. Ha ragione il compagno Giordano a considerarlo esiziale. Ma io non ho capito perché egli svolga questa considerazione in riferimento al percorso unitario e ai tempi stretti in cui si è dovuto agire in campagna elettorale. Che cosa c'entra il percorso unitario? La verità è che è in questione un processo di lungo periodo, che mette in discussione la pratica politica e le opzioni di cultura politica di questi ultimi 10-15 anni! Io penso sia legittimo teorizzare la «fine del lavoro» e la non-centralità del conflitto di lavoro nella nostra società. È legittimo perché si può teorizzare letteralmente di tutto. Non è invece legittimo dimenticare che lo si è fatto per anni e che per anni si è adottato il paradigma «oltre-novecentesco». La verità è che queste opzioni teoriche ci hanno condotto lontano dalla nostra gente e ad essere percepiti, anche noi, come distanti e separati, come un ceto interessato a sé. Lo spostamento del voto operaio verso la Lega ha questa ragione profonda: l'eclisse della rappresentanza politica del lavoro da parte della sinistra di classe. E questo non è un processo di breve periodo! Altro che percorso unitario compresso in tempi convulsi! È un bilancio di ben altra profondità – e anche di ben altro timbro – quello che si tratta di fare!
2. Ho trovato sorprendente nella relazione del compagno Giordano l'assenza di qualsiasi considerazione critica su come siamo entrati nell'alleanza con Prodi e poi nel governo. Certo che la delusione per l'azione del governo è stata cocente e influente. Ma chiedo: questa azione insoddisfacente non interroga forse anche la linea prevalsa al Congresso di Venezia? Tre anni fa, non trenta! È vero che stiamo finalmente per cominciare il nuovo Congresso. Ma il Congresso di Venezia pesa ancora, ha generato effetti negativi anche sul nostro tracollo elettorale, e pertanto non andrebbe rimosso dalla nostra discussione.
3. Infine due aspetti che riguardano gli ultimi sviluppi. Il compagno Giordano assicura di non avere mai detto di volere sciogliere il Partito. Forse non lui e non in questi termini. Ma certo altri sì. Ma forse il problema non sono soltanto le parole, è piuttosto la logica delle argomentazioni e delle azioni. Allora non è affatto sorprendente che l'enfasi su unità; accelerazioni; irreversibilità; simboli nel cuore e «tendenze culturali» abbiano alimentato sospetti non incomprensibili. Del resto anche oggi nella relazione del segretario non tutto è chiaro. Che cosa significa «processo costituente»? Che cosa si vuole «costituire», se al contempo si attacca come impraticabile l'ipotesi federativa? Evidentemente c'è un'ambiguità di fondo, che persiste anche nel momento dei chiarimenti e delle rassicurazioni.
4. Chiudo sull'incipit della relazione del segretario. Il quale ci ha qui detto: «Siamo stati sconfitti tutti. Non ci sono né vincitori né vinti». Che cosa significa? In questi giorni, da parte di diversi dirigenti vicini al segretario, viene propagata la teoria della «responsabilità collettiva». Se a sostenere questa teoria fosse un compagno di base o una compagna che non ha condiviso le scelte del gruppo dirigente, allora si tratterebbe di una lodevole esortazione all'unità tra noi. Ma se a sostenerla sono i dirigenti di questo partito, allora è una teoria inaccettabile. Lo diceva benissimo il compagno Kocijancic: è inaccettabile perché è la pretesa di non essere considerati responsabili delle scelte compiute e dei loro esiti. Questo è davvero inaccettabile e intollerabile! Posso accettare di essere diretto, nella misura in cui chi mi dirige si impegna a rendere conto delle proprie decisioni e dei risultati che raggiunge. L'assunzione di responsabilità è un fondamento di legittimità. Questo è il punto! Tanto più quando un gruppo dirigente decide in modo verticistico, autoritario ed escludente, in base a logiche maggioritarie che – lo ricordo – sono state anche esplicitamente teorizzate. E anche questa non è una storia di questi ultimi mesi soltanto. È – come tante compagne e tanti compagni di questo Partito ben sanno – una storia di anni. Che oggi, per fortuna e finalmente, sembra approssimarsi a una svolta.
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