Ricerca avanzata >>
MEMORIA STORICA:
Stampa questo articolo
Enrico Berlinguer, attualità di una grande lezione politica
di Dino Greco
su Liberazione del 11/06/2009
Probabilmente è nel destino delle persone che hanno lasciato una
grande impronta di sé trovare dei cattivi o addirittura pessimi
biografi. Capita frequentemente, nelle epoche di decadenza, quando,
per incomprensione o per rimozione (che, a ben vedere, sono la stessa
cosa), si smarrisce la capacità critica e vi si sostituisce un
giudizio sommario, liquidatorio. O, peggio, assai peggio,
caricaturale. C’è forse, in questo, una propensione un po’ vigliacca e
un po’ infantile, ad attribuire le proprie miserie a chi è venuto
prima di noi. Si attribuiscono al passato le responsabilità del
presente e agli errori altrui l’incapacità di dominare i problemi che
tocca a noi risolvere. Capita così che i mediocri e sino a ieri
acritici adulatori si trasformino in spietati detrattori. E’ quello
che è capitato ad Enrico Berlinguer, da un lato, e a molti dei suoi
assai modesti epigoni, dall’altro. A venticinque anni dalla sua morte
su quel palco di Padova, la sua breve agonia appare, alla luce del
tempo trascorso, come la rappresentazione dell’agonia di una nazione,
la conclusione drammatica di un ciclo. Chi visse quelle giornate e la
commozione corale che le accompagnò, ne sono certo, porta dentro di sé
il ricordo di uno smarrimento, della percezione istintiva,
prerazionale, di una cesura, di un qualcosa di irrimediabile che si
perdeva. E questo identico vissuto accomunava tutti, tanto le persone
più semplici quanto quelle intellettualmente più robuste. Sia chiaro,
questa breve escursione nel ricordo personale non è mossa da alcun
intento agiografico, che sarebbe altrettanto letale dell’oblio. E’,
semmai, una valorizzazione dei sentimenti, intesi - direbbe Gramsci -
non come una manifestazione secondaria dell’intelligenza, ma come la
condizione stessa del comprendere. Se Berlinguer entrò in così
profonda risonanza con masse enormi di persone di ogni ceto sociale
non è certo per una malintesa inclinazione moralistica, per
un’astratta rivendicazione della diversità comunista. In lui si colse
quel che vi era di più autentico: l’idea della politica - e della
rivoluzione - come mutamento profondo dei rapporti sociali,
incardinato su una grande riforma intellettuale e morale, come
espansione molecolare della democrazia e dei diritti, individuali e
collettivi. Di qui l’insistenza ossessiva che caratterizzò gli ultimi
anni della sua vita perché si impegnasse una lotta a fondo contro
l’occupazione del potere da parte dei partiti, contro la corruzione,
la contaminazione affaristica della politica e la penetrazione, nelle
istituzioni, della cancrena della P2.
E’ davvero paradossale, ma rivelatore, che l’acutezza di quella
intuizione sia scarsamente avvertita proprio oggi, nella fase storica
in cui quel processo degenerativo, colpevolmente ignorato, è penetrato
sin nel midollo spinale della politica, trasformando in senso
plebiscitario il rapporto fra partiti e popolo, immiserendo l’idea di
rappresentanza e la stessa percezione che di sé e della democrazia
hanno i cittadini.
Ci sono, fra gli altri, due momenti cruciali nella vita e nella
battaglia politica di Berlinguer che paiono a me di straordinaria
importanza, non solo perché delineano il profilo culturale e il
carattere dell’uomo, ma perché racchiudono un nocciolo di verità e di
attualità che ha moltissimo da dire al tempo presente. Siamo nel 1976
e il Paese si sta avvitando in una crisi economica, sociale e
finanziaria gravissima. I pilastri su cui si era retto il modello di
sviluppo precedente sono tutti entrati in crisi: il regime di bassi
salari, messo in crisi dalle poderose lotte operaie a partire dal ’69,
il basso costo delle materie prime, schizzato verso l’alto come
risposta dei paesi produttori di petrolio alla decisione di Nixon di
sospendere la convertibilità del dollaro in oro, che aveva provocato
un vero e proprio sconvolgimento nel sistema monetario e valutario
internazionale. In Italia, l’inflazione galoppava e si saldava alla
recessione, con un contraccolpo pesantissimo sull’occupazione.
E’ di fronte a questo scenario che Berlinguer, con un Pci che ha
raggiunto, elettoralmente e politicamente, l’apice della propria forza
e prestigio, pone a tema la questione che sia giunto il momento di non
limitare il ruolo dei comunisti ad una battaglia puramente
redistributiva, cioè difensiva, ma di intervenire su un terreno sul
quale mai si era fino allora spinto il movimento operaio. Così, nel
convegno degli intellettuali del gennaio 1977, al teatro Eliseo di
Roma, e poi nella conferenza operaia di Milano dello stesso mese,
Berlinguer dirà: «Gli operai, i lavoratori non vogliono cambiare solo,
né tanto, il tipo della loro automobile o il modello del loro
televisore: il significato politico ideale, il senso umano profondo
della loro vittoriosa “spallata” sindacale è, a intenderlo bene, che
essi vogliono cambiare, anche e soprattutto, la qualità dello sviluppo
del Paese, la qualità della vita loro e di tutti, le forme del
consumare e del produrre».
Berlinguer attacca gli errori enormi compiuti nella politica del
suolo, del territorio, dell’ambiente, nel campo della ricerca. La
svolta che egli propone «non è un mero strumento di politica economica
cui si debba ricorrere per superare una difficoltà temporanea,
congiunturale, per potere consentire la ripresa e il ripristino dei
vecchi meccanismi economici e sociali». La proposta che egli avanza è
rivolta a «contrastare alle radici e a porre le basi del superamento
di un sistema che è entrato in una crisi strutturale, i cui caratteri
distintivi sono lo spreco e lo sperpero, l’esaltazione dei
particolarismi e dell’individualismo più sfrenati, del consumismo più
dissennato. [...] La nostra proposta è il contrario di tutto ciò che
abbiamo conosciuto e pagato finora».
Non si tratta di un esercizio intellettualistico, ma di «una cosa che
non si è mai fatta in Italia, sia per la sostanza che per il metodo».
Per mettere in moto una proposta cui dare forma compiuta attraverso
una discussione di massa che coinvolge e chiede il contributo dei
lavoratori, dei tecnici, dei dirigenti aziendali, delle masse
giovanili e delle loro organizzazioni, delle donne e delle loro
associazioni. Un cimento che chiami ad un ingaggio diretto le forze
che sono o dovrebbero essere creative per definizione, le forze degli
intellettuali, della cultura. Per percorrere «vie non ancora
esplorate, ed inventare qualcosa di nuovo che sta, però, sotto la
pelle della storia, maturo e necessario. E dunque possibile».
Tramontata l’illusione secondo la quale, di per sé, la statalizzazione
dei mezzi di produzione e di scambio avrebbe liberato nuove forze
produttive e condotto a nuovi rapporti di produzione, Berlinguer
introduce una novità di fondo. L’idea che non è uno schieramento di
maggioranza che deve impossessarsi del governo e quindi calare la sua
politica nella società, ma è la società che esprime le sue forze
protagoniste e quindi accede al governo di se medesima. La proposta di
“austerità”, formula sfortunata, che nulla tuttavia aveva a che vedere
con un «tendenziale livellamento verso l’indigenza», fu invece
spacciata per una sorta di pauperismo e - nella versione che prevalse
nel sindacato e nella Cgil - come invito ai «sacrifici» e costrizione
entro le «compatibilità date dal sistema». Lettura del tutto estranea,
anzi opposta, a quel progetto di trasformazione strutturale che era di
Berlinguer.
L’illusione (fatale) del segretario del Pci fu che un capovolgimento
così grande potesse avere come incubatoio un quadro
politico-istituzionale condiviso con la Dc morotea e con una borghesia
nazionale che lavorò con il martello pneumatico per indebolire quella
prospettiva e per realizzare - a spese dei lavoratori, dei loro
diritti, del potere da loro conquistato in un decennio - la più
pesante delle ristrutturazioni capitalistiche. Quando tutto ciò fu
chiaro, Berlinguer compì la più radicale e sofferta delle
autocritiche. E quando, nel settembre del 1980, la Fiat fece
recapitare ai sindacati la lettera che annunciava 14mila
licenziamenti, Berlinguer - con un gesto mal digerito da metà del suo
partito e dalla Cgil - andò davanti ai cancelli della più grande
fabbrica d’Italia: a Mirafiori, a Rivalta, al Lingotto, alla Lancia di
Chivasso. E disse agli operai «una sola cosa, ma molto importante».
Disse che qualunque forma di lotta avesse deciso il sindacato assieme
ai lavoratori, avrebbe trovato il sostegno materiale, morale e
politico del partito comunista italiano.
L’effetto, fra i lavoratori, fu enorme. Ma non bastò. Come si sa, il
sindacato capitolò. E quella sconfitta segnò uno spartiacque con tutta
la storia successiva. Che trovò il suo epilogo negativo nel decreto di
San Valentino, con cui Craxi, nel 1984, decise il taglio di quattro
punti di scala mobile. Non si trattò di una discutibile manovra
economica, ma di un atto deliberatamente politico, rivolto a piegare
il movimento operaio ed ad isolare il Pci. Quella condotta contro
questo «autentico sopruso», che Berlinguer avvertì in tutta la sua
gravità, per le conseguenze sociali e per la vulnerazione democratica
che portava con sé, fu l’ultima battaglia che egli ingaggiò, fino alla
promozione del referendum abrogativo di quel decreto, scelta compiuta
nell’ostilità manifesta di parte non irrilevante del suo partito.
Anche in questa vicenda egli affermò una visione straordinariamente
moderna del rapporto col sindacato, del quale non condivise la
remissività e i cedimenti, anche se condotti nel nome dell’unità. Del
sindacato egli accettava pienamente l’autonomia, fuori da ogni
primazia del partito e da ogni logica da “cinghia di trasmissione”.
Ma, appunto per questo, rivendicava il diritto del partito di
pronunciarsi su tutto, senza vincoli e senza deleghe. Un principio
fondamentale egli rivendicò, inascoltato, al sindacato. Quello della
democrazia come diritto sovrano dei lavoratori. Di esso rese
onestamente testimonianza Luciano Lama, ad un anno dalla scomparsa del
segretario del Pci, riconoscendo che «Berlinguer aveva ragione su un
punto che anch’io ho tardato a capire, ed è quello relativo alla
democrazia del sindacato, la possibilità per i lavoratori di compiere
le loro scelte liberamente, riducendo il peso di una struttura di
direzione dei gruppi dirigenti che poteva diventare una specie di
sovrapposizione rispetto alle masse. Aveva ragione - continuava Lama -
e talora penso che se avessimo ragionato prima, nel sindacato, sul
funzionamento della democrazia, stabilendo regole precise, avremmo
contenuto le conseguenze più negative delle divisioni di oggi, e non
dovremmo fare i conti con certe inaccettabili lacerazioni dei nostri
giorni».
Berlinguer perse la sua battaglia. Ma ci sono sconfitti e sconfitti,
vincitori e vincitori. E ci sono vicende che vanno valutate in una
prospettiva storica, oltre le miserie (e le amnesie) del tempo
presente. Una piccola chiosa finale: pochi giorni dopo i funerali, il
partito di Berlinguer, che si chiamava comunista, superò nelle
elezioni europee la Dc e divenne il primo partito d’Italia. Nessuno, a
sinistra, ha più saputo, né potuto osare tanto.
Consiglia ad un amico